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Monaco di Baviera, dove ora risiede, Monica May è tornata con
grande entusiasmo a Torino per allestire la mostra nata dalla sollecitazioni
un gruppo di amici, critici d'arte e collezionisti a cui sembrava
davvero un peccato che lei non avesse mai esposto le sue opere proprio
qui, dove aveva vissuto e lavorato a lungo. Torino le è stata
cara e se l'è sempre portata nel cuore in tutto il mondo, nelle
città dove ha abitato, da Hong Kong a San Paolo del Brasile
passando per decine di altri Paesi, nel suo lungo pellegrinaggio professionale
e culturale. Una specie di debito d'amore, insomma, che Monica paga
con piacere, finalmente esponendo i suoi pastelli e le sue matite
che raccontano di spazi infiniti, di oggetti nati dal sogno, di assenze
colme di sensazioni e suggestioni.
Proprio
lei, infatti, abituata nella sua attività professionale di
grafico (ha firmato memorabili campagne per aziende importanti come
la McDonald e il Goethe Institute) a comunicare con immagini di
immediata e indiscutibile comprensione, quando finalmente disegna
per se stessa, si abbandona ad una rielaborazione della realtà
che non ha bisogno di convincere nessuno, che lancia suggestioni,
ma non impone, che suggerisce, ma non prevarica. Con risultati che
commuovono.
Dopo
anni di contemporanei successi professionali e di soddisfazioni
d'artista, a chi le chiede quale sia la vera differenza tra il lavorare
come grafico e il disegnare per sé, Monica risponde ridendo:
la stessa che passa tra il mangiare un Big Mac e assaporare una
fetta di brasato al barolo...
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